La legge di cittadinanza nel mirino del Conte bis

La legge di cittadinanza nel mirino del Conte bis

Modifiche in vista per la legge di cittadinanza, con il nuovo governo in Italia, il Conte bis. E incertezza sul futuro del numero dei parlamentari eletti all’estero.

“La legge sull’acquisto della cittadinanza italiana da parte di cittadini residenti all’estero che discendono da famiglie italiane – ha detto Conte alla Camera – appare meritevole di una revisione che, da una parte, valga a rimuovere alcuni profili di disciplina discriminatori e, dall’altra, valga a introdurre anche ulteriori criteri rispetto a quelli vigenti”.
Possiamo quasi assicurare che quando Conte parla di “rimuovere alcuni profili di disciplina discriminatori” si riferisce, al riconoscimento al diritto alla cittadinanza italiana ai discendenti delle cittadine italiane emigrate, nati all’estero prima del 1948.

Mentre invece “introdurre anche ulteriori criteri rispetto a quelli vigenti”, sono parole che sembrano annunciare la volontà di limitare il diritto al riconoscimento della cittadinanza per via dello ius sanguinis.

“Gli ulteriori criteri” potrebbero essere o limitare la trasmissione della cittadinanza a una o due generazioni (come avviene – per fare un esempio – con la cittadinanza spagnola), oppure la richiesta di una certificazione della conoscenza della lingua italiana, come avviene per la naturalizzazione per matrimonio. Oppure un più generico esame di lingua e cultura italiane.

Sono tutte idee e proposte delle quali si parla da anni, senza che nessun governo di destra o di sinistra si sia deciso ad affrontare l’argomento.
Sull’argomento si sono affrontati coloro che vogliono dare la cittadinanza italiana ai figli di immigrati nati in Italia, e quanti difendono lo ius sanguinis come strumento per mantenere un legame con l’Italia.
Ma in genere, l’una e l’altra posizione sono dettate anche da convenienze politiche legate agli interessi elettorali di ogni partito. O al momento politico.
Proprio questa sembra la conclusione che si può trarre analizzando un altro punto del programma del Conte bis, stilato dai soci maggioritari del suo governo, il Movimento 5 stelle e il Partito democratico. Riguarda la riduzione del numero di parlamentari.
Come è noto, la Camera è composta da 630 deputati e 315 sono i senatori eletti che, con i cinque senatori a vita designati dal Presidente della Repubblica, arriva a 320 membri. Le funzioni di entrambi i rami del Parlamento sono quasi uguali.

Nel tempo si è cercato di modificare questa situazione, e una delle modifiche sempre proposte e mai definitivamente approvata è proprio quella della riduzione del numero di parlamentari.

Bisogna ricordare inoltre che le modifiche costituzionali – come le citate – richiedono la doppia lettura in ognuna delle camere e che, a meno che siano approvate con i due terzi dei voti in ognuna di esse, possono essere sottoposte ad un referendum confermativo.
E’ ciò che è avvenuto nel 2016 con la proposta del governo di centrosinistra di Matteo Renzi, che prevedeva una profonda riforma delle competenze e una riduzione del numero di parlamentari. Passata in Parlamento, fu bocciata dal referendum confermativo.
Quest’anno, su iniziativa del M5s, il governo gialloverde di Di Maio e Salvini fece approvare una nuova riforma che prevede la riduzione di un terzo del numero di deputati e senatori. Approvata in prima e seconda lettura al Senato, e in prima lettura alla Camera, ora attende il secondo voto di Montecitorio.

Nel programma del Conte bis, viene confermata la volontà di sottoporre la riforma alla seconda votazione dei deputati, “alla prima occasione possibile”. Ma è già stato annunciato che non sarà calendarizzata per il primo appuntamento in programma a Montecitorio.

Per quanto riguarda specificamente il numero di parlamentari eletti all’estero, la Costituzione, dopo la riforma Tremaglia che creò la Circoscrizione Estero, prevede dodici deputati e sei senatori.
La riforma Renzi-Boschi, bocciata dal referendum di fine 2016, azzerava il numero di senatori eletti nella Circoscrizione Estero, in quanto prevedeva che il Senato diventasse la camera delle autonomie e quindi non c’era un territorio autonomo che gli eletti all’estero potessero rappresentare.

In quel momento il Pd, partito di Renzi, giustificava l’eliminazione dei senatori all’estero, il MAIE appoggiava tiepidamente e gli altri partiti a seconda delle proprie convenienze, si dividevano tra sostenitori e denigratori. Alla fine tutta l’opposizione si unì in occasione del referendum (compresi alcune fasce del Pd), per far cadere Renzi che – incautamente o per arroganza – identificò l’approvazione della riforma con un appoggio al suo operato. La conseguenza fu la bocciatura della riforma e la sua uscita di scena.
Con la riforma proposta dai gialloverdi del Conte uno, i ruoli si sono invertiti. I democratici hanno criticato aspramente l’atteggiamento tentennante del MAIE di fronte ad una riforma che riduce il numero degli eletti all’estero da 12 a 8 deputati e da 6 a 4 senatori.
Ad agosto però, il “Matteo” del governo gialloverde, Salvini, ha peccato di presunzione come aveva fatto il suo omonimo quasi tre anni prima e anche lui è uscito sconfitto, almeno per adesso.

Il Pd, che si era manifestato contro la riduzione del numero di parlamentari, entrato nel governo ha accettato la condizione posta dal M5s e ora si dice pronto a votarla. Anche il MAIE ha votato la fiducia al Conte bis, ma scommettiamo che se rimarrà fuori dal governo, comincerà a lanciare anatemi sui nuovi soci di Conte e Di Maio, per l’attacco ai diritti di rappresentanza degli italiani all’estero.
Lo chiamano il teatrino della politica.

MARCO BASTI
marcobasti@tribunaitaliana.com.ar