Il pensiero politico di Pallaro: “Possiamo essere utili solo se siamo indipendenti”

Lo disse in una intervista a TRIBUNA ITALIANA alla fine del 2006. “Chi viene dall’estero non si deve legare a un partito politico. Noi siamo utili se siamo indipendenti. Siamo utili se aiutiamo a governare. Siamo utili se governiamo con il governo di turno, senza fare su questo punto tanti discorsi balordi.”

Nell’edizione di fine d’anno del 2006 della TRIBUNA ITALIANA, Luigi Pallaro, allora senatore della Repubblica Italiana eletto da sette mesi, sintetizzava il suo pensiero politico che poi è stato ripreso da altri esponenti della collettività, compreso l’attuale sen. Ricardo Merlo, che di Pallaro fu compagno nella lista AISA, nelle elezioni del 2006 per poi costituire il suo proprio partito, il MAIE, con il quale venne rieletto alla Camera nelle elezioni del 2008 e poi ancora nel 2013 e nel 2018.

Merlo fu uno dei giovani convocati da Pallaro, quando si impegnó nell’apertura dell’associazionismo alle nuove generazioni. Di origine veneta come lui, ma di Treviso, Merlo che nacque a Buenos Aires, fu per molti anni allievo di Pallaro, poi uomo di fiducia nei rapporti col mondo veneto, quindi nel Comites, nel CGIE e nella lista AISA. Entrambi entraromno in Parlamento nel 2006, Pallaro al Senato, Merlo alla Camera. Poi il diverbio tra loro, che fu uno dei grandi disappunti della nostra comunità e motivo, purtroppo, di divisione dell’associazionismo per molti anni.

Ma il pensiero politico di Pallaro, che veniva sintetizzato nel titolo di quell’intervista alla TRIBUNA ITALIANA del dicembre di 2006 (“Possiamo essere utili solo se restiamo indipendenti”), è rimasta la bussola che ha guidato il MAIE e l’attività politica di Merlo negli ultimi dodici anni. E insieme alla necessità di lavorare per presentarci uniti, resta l’esplicitazione di un modo di concepirci come collettività prima, come comunità adesso, per difendere ciò che abbiamo in comune, le radici italiane, e per promuovere l’italianità, l’italicità, l’italsimpatia ed essere sempre, ponte tra l’Italia e l’Argentina.

Per questo è utile capire come la pensava Pallaro sull’importanza della collettività in campo politico.

Ecco alcune delle dichiarazioni fatte in quell’intervista.

TRIBUNA ITALIANA: Un anno da incorniciare, senatore? Diventando l’ago della bilancia nel Senato è riuscito ad ottenere nella Finanziaria appena approvata dal Parlamento, un sostanzioso aumento di fondi per le politiche per gli italiani all’estero, successo del quale oggi tanti avversari e tanti media che inizialmente lo avevano osteggiato, gli danno atto.

Luigi Pallaro: “Mi hanno fatto anche delle critiche prima, molte critiche. E credo che sono frutto però di mancanza di esperienza. Nell’esperienza che ho di tanti anni, con le organizzazioni degli emigrati di tutto il mondo, possiamo dirlo senza scomporci, proprio, senza esagerare, che le nostre organizzazioni in Argentina e in Sudamerica, sono uniche. In queste organizzazioni che abbiamo messo su dopo la guerra, abbiamo trovato delle soluzioni per noi, per superare le difficoltà più serie: lo scontro ideologico, lo scontro regionale ed anche di vedere come inserire la vecchia emigrazione nei confronti della nuova realtà politica italiana di allora. La realtà che in Italia c’era la Repubblica e non c’era più la monarchia. La realtà che non c’era più la disperazione dell’emigrazione. Noi siamo stati la parte finale di quella disperazione di allora, dopo la guerra. Abbiamo avuto la forza di spingere, il coraggio e la forza di tentare il dialogo fra tutti noi. Non è stato facile, sono stati molti anni di lavoro, di essere rispettosi del modo di pensare di ognuno ed essere uniti in tutte quelle cose che erano comuni a tutti. E avere la forza di presentarle al Parlamento italiano nei primi momenti della Repubblica, unitariamente, per evitare la classica frase: “prima mettetevi d’accordo e poi parleremo”.

Questo bisognerebbe ripeterlo tante volte, perché non tutti i giovani sanno che ci sono state queste cose, di queste tecniche per mandarci verso il futuro, per rinviare le risposte. E invece ci siamo messi d’accordo ed abbiamo ottenuto risultati molto importanti. Ci siamo inseriti tutti, la vecchia emigrazione e la nuova, abbiamo superato le divergenze politiche perché c’era una cosa che ci univa tutti: che eravamo tutti italiani all’estero. E che la nostra unità fatta con saggezza era l’unica arma per vincere le resistenze della burocrazia e anche le resistenze inconsapevoli che noi avevamo dei nostri diritti. Diritti che non potevano essere minori per il solo fatto di essere all’estero. Perché non è che andare all’estero è stato un capriccio delle persone. Si potrebbe anche dire che è stato un progetto nazionale (“Cari cittadini, in Italia non c’è più spazio, dovete andare all’estero”) e questo abbiamo fatto. E allora bisogna spiegare con molta saggezza ai media e ai politici, che non andavamo a chiedere niente all’Italia. E a qualcuno che non ha le idee chiare, dobbiamo ricordargli che nei primi dieci anni del dopoguerra, le rimesse degli emigrati, hanno superato i 28 miliardi dollari. E nei successivi dieci anni è cominciato anche un interscambio commerciale, effetto emigrazione, nelle aree dove risiedono le nostre comunità. Pertanto non siamo un peso, come per dire “Caro senatore quanto ci costi”, come ha scritto qualche giornale. Basta solamente dire non vogliamo niente, prendeteci solo in considerazione e raccontate ai giovani che siamo stati la risorsa che ha aiutato alla ripresa italiana. Non solo perché abbiamo mandato le rimesse, ma anche perché abbiamo lasciato lo spazio per gli altri. Posso assicurarti che molti tuoi colleghi giornalisti in Italia, si appassionano quando conoscono queste cose e vogliono sapere di più. Perché hanno una immagine distorta dell’emigrazione. Hanno l'immagine del povero diavolo, della valigia legata con lo spago, delle fotografie che fanno vedere nelle esposizioni. Che mostrano una povertà che lasciavano alle spalle. La mostrano come la miseria verso la quale gli emigranti andavano incontro, mentre era la miseria che si lasciavano dietro. Perché hanno cominciato a inserirsi nei Paesi dove sono emigrati, hanno cominciato a trovare spazi. In definitiva, quando l’Italia - dico i politici, le burocrazie, la stampa - scoprirà questa esperienza di avere gli italiani all’estero al Parlamento, sarà un fatto di alta positività.”

T.I.: Come viene percepito il ruolo dei parlamentari eletti all’estero?

L.P.: “Chi viene dall’estero non si deve legare a un partito politico. Noi siamo utili se siamo indipendenti. Siamo utili se aiutiamo a governare. Siamo utili se governiamo con il governo di turno, senza fare su questo punto tanti discorsi balordi. Si parla di tradimento, di far mancare cosa? Veniamo dall’estero anche per fare una politica italiana, ma noi siamo inseriti in un altra realtà. Siamo degli intermediari di buoni rapporti e di buone opportunità, fra l’Italia che è il nostro Paese di nascita e l’altro che è il Paese di nascita dei nostri figli. Gli uomini che in buona fede cercano di dare delle risposte sul fenomeno dell'emigrazione, devono analizzare attentamente il fenomeno delle nuove generazioni, che sono cittadini a tutti gli effetti dei Paesi dove noi siamo emigrati. Abbiamo messo in atto un nuovo modello di rapporti fra l’Italia e in Paesi del Sudamerica. Il modello della lista Associativa indipendente, ha fatto i suoi primi passi, partendo dal principio che la nostra presenza come emigrati in questi Paesi non dev’essere interpretata come una colonizzazione, ma come un inserimento in Paesi che hanno le proprie strutture, le proprie culture e che ci hanno permesso di crescere, di mandare i nostri figli alle università e di essere cittadini di questi Paesi a tutti gli effetti. Quello è il punto di congiunzione per stabilire nuove relazioni nell’ordine culturale e commerciale, spinti da cittadini di ascendenza italiana, canadesi, australiani, argentini, ecc, che sicuramente sono desiderosi di avere con la terra dei loro nonni, delle loro tradizioni, della loro cultura, nuovi rapporti.”

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