Votare NO in difesa del nostro voto e contro i populisti che ci ignorano

Nei primi giorni di settembre arriveranno i plichi elettorali. Nel bel mezzo della pandemia, che colpisce tanti paesi e con l’aumento costante di nuovi contagi anche in Italia, si terrà un referendum costituzionale per decidere se accettiamo di ridurre il numero di parlamentari.

“Votiamo tutti per dimostrare che ci siamo. Votiamo tutti se vogliamo contare”. Sono stati gli slogan che hanno accompagnato tutte le consultazioni elettorali e referendarie alle quali abbiamo partecipato, da quando è stata approvata la legge per l’esercizio del voto all’estero, alla fine del 2001.

Votare per contare era – ed è ancora oggi – una scelta di civiltà, di democrazia. Questa esiste nella misura in cui la gente, il popolo, i cittadini, si impegnano in prima persona nella difesa della res pubblica, dell’interesse comune e privato, che nella testa degli elettori deve guidare la decisione nel seggio.

Si tratta quindi di un principio validissimo, nonostante i cambiamenti che si sono registrati negli ultimi due decenni, nel modo di far politica, di partecipare e di decidere. Le reti sociali oggi sono l’ambiente nel quale maggiormente si esprimono il dibattito delle idee, gli umori dei cittadini, le intenzioni dei politici. Spesso semplificando in modo estremo i punti di vista, al punto di favorire tifoserie accese o, addirittura vere e proprie crepe (la famosa “grieta” di cui tanto si parla in Argentina) che rendono assai difficile il dialogo e la ricerca di coincidenze. E pur se sono molto influenti, quando si tratta di decidere, si contano i voti, non i “likes”.

Ma torniamo al “votare per contare”. Fra un mese in Italia circa 45 milioni di cittadini si recheranno alle urne per decidere se approvare o respingere la legge costituzionale che ha deciso la riduzione di un terzo del numero dei parlamentari. I deputati passeranno da 630 a 400 e i senatori dagli attuali 315 a 200.

La riforma costituzionale approvata a ottobre dell’anno scorso prevede la riduzione del numero degli eletti nella Circoscrizione Estero da 12 a 8 deputati e da 6 a 4 senatori. Il taglio penalizza la Circoscrizione Estero, dato che riduce ulteriormente la rappresentanza dei residenti fuori d’Italia, che già nei numeri attuali era già percentualmente inferiore rispetto ai parlamentari che vengono eletti in Italia.

Si potrà discutere sulla giustizia, la validità e l’utilità del nostro voto, e in tanti lo fanno. Per dire che finora non ci sono stati grandi risultati, (e quindi tanto vale che lo tolgano o che ci tolgano alcuni parlamentari), che chi paga le tasse all’estero non dovrebbe votare in Italia, oppure che, come i nostri legami con l’Italia non sono molto intensi, è inutile farci votare.

Tutti temi per tanti dibattiti. Ma qui i nodi della questione sono due. Il primo, se è giusto che riducano la già striminzita rappresentanza parlamentare dei residenti all’estero. Secondo noi no, non è giusto e per questo bisogna votare NO.

La seconda questione è la domanda sulla ragionevolezza di andare alle urne quando la pandemia colpisce ancora e in modo pesante, tanti paesi nei quali risiedono i circa cinque milioni di cittadini italiani che devono votare. Senza dimenticare che anche in Italia, c’è un costante aumento di nuovi casi (oggi, 20 agosto, con oltre 800 contagi si è tornato ai numeri di casi del 16 maggio, quando era in atto il lockdown).

La legge sul voto all’estero prevede che la partecipazione avvenga votando per corrispondenza. Gli elettori ricevono il plico elettorale a casa, con la scheda per votare, le istruzioni e spiegazioni su cosa si vota e le buste per spedire il voto alla sede consolare rispettiva. Nei primi giorni di settembre arriveranno i plichi elettorali nelle case degli elettori. Chi non l’avrà ricevuto il 6 settembre, potrà chiedere il duplicato al Consolato della circoscrizione dove risiede. Parteciperanno allo scrutinio, che si terrà in Italia, tutte le schede elettorali che saranno arrivate nelle sedi consolari, entro le ore 16 di martedì 15 settembre.

E partiamo con il primo inconveniente, che è proprio il giorno di chiusura del voto all’estero. In questa occasione si chiuderà due giorni prima rispetto alle elezioni e referendum del passato, quando si chiudeva il giovedì prima della consultazione in Italia.

A giustificare questa riduzione dei tempi utili per il nostro voto, la mancanza di aerei per portare le sacche con le schede in Italia e i problemi dei servizi postali locali, a causa della pandemia.

Qui sorge spontanea la domanda: ma se la pandemia provoca questi problemi, non sarebbe stato più giusto, più rispettoso del voto dei residenti all’estero, prevedere una data più lontana nel tempo, nell’attesa di un’evoluzione positiva della pandemia? Perché, va sottolineato, non siamo davanti alla scadenza di una legislatura. Non è che per forza di deve andare  subito al voto. Si tratta di una consultazione per una legge che, se verrà confermata dagli elettori, avrà i suoi effetti solo quando sarà eletta la nuova legislatura, nel 2023.

Se proprio non si poteva spostare ancora la data del referendum (inizialmente doveva tenersi a marzo, ma allora con l’Italia nella morsa della pandemia si decise il rinvio) con un decreto di emergenza. Così avrebbero potuto allungare i tempi per la distribuzione, la restituzione delle buste e per la eventuale richiesta di duplicati, visti i problemi che affrontano per l’emergenza Covid-19 sia alcuni consolati che i servizi postali di alcuni paesi.

Un problema sul quale ha lanciato l’allarme anche l’on Fabio Porta, responsabile del Comitato per il No del Pd in Sudamerica.

In Argentina, dove risiede la più numerosa comunità italiana all’estero, è in atto una stringente quarantena che vieta i movimenti non indispensabili o non autorizzati. In Brasile, il secondo paese più colpito dalla pandemia al mondo, negli Stati Uniti, col maggior numero di contagi, nella Gran Bretagna, in Francia, dove risiedono quasi tutte le principali comunità all’estero, il Covid-19 crea serie difficoltà agli spostamenti. E per portare l busta alla posta, per forza bisogna uscire da casa. E non parliamo delle difficoltà che avranno gli elettori anziani, per i quali sono sconsigliate le uscite.

Se a questo aggiungiamo la quasi nulla campagna informativa e i tempi limitati per restituire le schede, non è difficile prevedere che la percentuale di partecipazione all’estero sarà piuttosto bassa.

Sono questioni che non interessano i populisti che hanno promosso la riforma.  Il nostro voto per loro è quasi superfluo, da cittadini di serie B, che per i populisti al governo, meno contano e meglio è.

Proprio per smentire i populisti è necessario votare per contare.