Referendum, votare NO in difesa dei nostri diritti e della nostra storia

Al voto si arrivò dopo lunghe battaglie e grazie all’impegno di tanti. Respingere il taglio dei nostri rappresentanti che ci condanna all’invisibilità nel Parlamento italiano.

Entriamo nell’ultima settimana utile per votare nel referendum costituzionale per approvare o respingere la riforma della Costituzione, approvata dal Parlamento italiano, per ridurre di un terzo il numero di senatori e deputati, passando dagli attuali 945 a 600.

Con la riforma i senatori saranno 205 (compresi i cinque a vita scelti dal Presidente della Repubblica) invece degli attuali 315 e i deputati passeranno dagli attuali 630 a 400.

La Circoscrizione Estero eleggerà 8 deputati, invece degli attuali 12, e 4 senatori, contro gli attuali 6.

L’onda lunga dell’antipolitica, rappresentata dal movimento 5 stelle, ha ottenuto l’approvazione di questa modifica che non solo non comporta un grande risparmio (285 milioni di euro in cinque anni di Legislatura, cioè lo 0.007% della spesa pubblica) ma riduce la rappresentanza nel rapporto tra numero di parlamentari e numero di abitanti. Ogni deputato italiano, che oggi rappresenta 96.000 abitanti, con la riforma passerà a rappresentare, in media, 151.000.

Per i residenti all’estero, il taglio peggiora ancora la già di per se limitatissima rappresentanza che hanno i nostri parlamentari. Oggi un deputato eletto all’estero rappresenta in media 400.000 cittadini residenti fuori d’Italia, mentre con la riforma ognuno degli otto che rimarranno se vincerà il Sì, rappresenterà 625.000 italiani all’estero.

Come è successo tante volte, agli italiani all’estero viene chiesto uno sforzo o un contributo maggiore. Lo hanno sempre dato. Ma oggi si tratta di uno sforzo che ci riduce alla sparizione.

Se già oggi contiamo poco, meno ancora conteremo con meno rappresentanti in Parlamento.

La beffa sarebbe anche un affronto alla nostra storia, alle battaglie date da chi in passato si è impegnato a dar voce agli italiani all’estero, per reclamare il riconoscimento di un diritto che è espressione di civiltà e democrazia.

Per arrivare all’esercizio del voto attivo e passivo in Italia politici e dirigenti imniziarono a percorrere una lunga strada fatta di dibattiti, dialoghi, discussioni, scontri, convincimenti e convinzioni, impegno in Italia e all’estero. Anche nella nostra collettività, esponenti di associazioni e partiti e settori opposti riuscirono a mettersi d’accordo per portare a Roma posizioni unitarie. Certo, parliamo degli anni ’70, ’80 (quando nell’America latina c’erano ancora i militari in molti paesi) e ’90 del secolo scorso e d’ allora il mondo è cambiato tanto.

Ricordare oggi i Tremaglia, i Violante, i De Matteo, i Pallaro, i Di Benedetto, i Tonino Macri, tanti altri e anche un Presidente della Repubblica come Carlo Azeglio Ciampi che nel 2001 al Coliseo ci promise che alle prossime elezioni avremmo votato. E così è stato, prima con il referendum del 2003 e poi alle elezioni del 2006.

Purtroppo, i venti dell’antipolitica non soffiano soltanto in Italia, ma in quasi tutte le democrazie occidentali. Anche in Argentina dove, ben più pesanti sono i debiti della democrazia con la gente. Ma in tempi di social network, i messaggi sono corti e stringenti, poco atti al ragionamento e al dibattito sereno.

Molti tra i nuovi cittadini italiani nati in Argentina non conoscono quelle battaglie, né quel passato. Identificano situazioni che hanno poco a che vedere ma, soprattutto, non si rendono conto che accettando la riduzione del numero di rappresentanti, stanno facendo un autogol.

Noi, che abbiamo sempre sostenuto le ragioni del voto e della rappresentanza degli italiani all’estero nel Parlamento italiano, votiamo NO.

Perché i risparmi sono insignificanti. Perché meno rappresentanti significa condannarci all’inesistenza e all’ininfluenza assoluta nel Parlamento. E perché non vogliamo buttare irresponsabilmente al vento i frutti di tanto impegno, capacità e passione profusi da quelli che ci hanno preceduto.

Nella foto i francobolli emessi in occaasione dell'approvazione del voto e del primo voto degli italiani all'estero