L'Argentina di origine italiana

02-08-2017 | Editorial

Altri spunti sul tema cittadinanza

Il tema cittadinanza continua a offrire nuovi spunti invitanti ad una riflessione. In questa edizione proponiamo ai lettori la lettura di due notizie che hanno a che vedere con la cittadinanza. La prima riguarda il PDL, non Partito della Libertà di berlusconiana memoria, ma Proposta di Legge, presentata dal MAIE, che mira a introdurre nuove possibilità in materia di riacquisto della cittadinanza da parte di discendenti di italiani emigrati, in caso di impossibilità di reperimento della documentazione  probatoria.

La seconda notizia ha a che vedere con un ministro del governo dell’Australia, che si è dimesso quando ha saputo di essere in possesso della doppia cittadinanza - australiana e italiana - situazione nella quale la Costituzione di quel paese vieta l’assunzione di un incarico federale.

La proposta del partito dell’on. Ricardo Merlo prevede un intervento dei consoli, nei casi in cui manchi o sia insufficiente la documentazione che deve provare il vincolo di parentela tra un cittadino italiano e il discendente che chiede che le venga riconosciuta la cittadinanza italiana.

Nella nota del MAIE si elencano alcune tra le ragioni che possono impedire ad un richiedente l’ottenimento dei documenti necessari alla presentazione della domanda e con la proposta, spiegano i deputati Merlo e Borghese, “vogliamo sanare quelle situazioni in cui sia obiettivamente e praticamente impossibile trovare i documenti

comprovanti lo status di cittadino dell'avo del richiedente, che sono andati persi per cause eccezionali, riconoscendo al Console, autorità competente in materia di cittadinanza per i richiedenti all'estero, la facoltà di intervenire, effettuati i necessari accertamenti, in senso favorevole sull'istanza.".

La proposta del MAIE è per lo meno discutibile.

Infatti, visto l’attuale acceso dibattito sulla riforma della legge di cittadinanza, e anche le gravi difficoltà in cui versa la rete consolare, che a malapena riesce a smaltire la mole di domande che si accumulano nelle varie sedi, specialmente dell’America Meridionale,

ci si chiede che senso ha aggiungere una proposta che è confusionaria, che difficilmente riuscirà a superare il secondo gradino dell’iter parlamentare, dopo quello della presentazione e, ammesso e non concesso che arrivasse alla meta, crea una possibilità di discrezionalità da parte dei consoli che può essere fonte di contestazioni e conflittualità.

Per alcuni la proposta ha solo un obiettivo elettoralistico.

Il MAIE ha fatto bene a impegnarsi nella battaglia contro la tassa di 300 euro che devono pagare i discendenti di italiani per iniziare la pratica di riconoscimento della cittadinanza. Al di là della giustizia o meno di questo balzello, è anche discriminatorio nei confronti dei discendenti di italiani, perché, per fare un esempio, gli stranieri che chiedono la nazionalità italiana per matrimonio con un cittadino italiano, la tassa prevista è di euro 200.

E ha fatto bene pure il MAIE ad insistere sulla riforma della legge di cittadinanza per consentire ai figli di donne italiane, nati prima del 1948, una discriminazione odiosa nei confronti delle donne, oggi incomprensibile, che anche in sede giudiziaria è stata condannata, ma la legge continua imperterrita a bloccare le domande fatte da discendenti di cittadine italiane, nati prima del ‘48.

Diverso il giudizio sulla nuova proposta del MAIE. Voler allargare ancora di più la platea degli aventi diritto, specialmente a chi non può provare la condizione di discendente, sembra eccessivo, e col rischio che qualcuno voglia mettere in discussione anche l’attuale impianto legale.

I doppi passaporti hanno un senso in casi estremi, come furono le cittadinanze italiane concesse ai tempi della dittatura militare a discendenti di italiani che rischiavano di essere “desaparecidos”o come sarebbe oggi di fronte alla dittatura che si sta imponendo in Venezuela, per i venezuelani che fanno parte della importante comunità italiana in quel Paese.

Ma parliamo, appunto, di casi estremi, dei quali è rimasto un riflesso condizionato in alcune società dell’America Latina. In tanti, infatti, chiedono “il passaporto italiano” “por las dudas” cioè nel dubbio che accada qualcosa che renda necessaria una partenza precipitosa, caso in cui meglio avere il passaporto tricolore.

Sia l’Argentina che l’Australia sono paesi di immigrazione, ed entrambi hanno assegnato la cittadinanza ai nati nei propri territori, con lo scopo di avere una  popolazione propria e di favorire l’integrazione degli immigrati. Ma le loro storie istituzionali sono molto diverse. Al Plata lungo l’ultimo secolo abbiamo conosciuto dittature e crisi. Nel Pacifico Sud la storia è stata diversa, anche perché molto legati al passato come colonia britannica. E così, mentre nel Paese dei canguri non si può accedere a un incarico nel governo federale, nella terra dei “gauchos” quasi tutti i politici hanno una doppia cittadinanza, compresi quasi tutti i ministri degli esteri dei governi che si sono succeduti dal ritorno della democrazia nel 1983.

Tra l’altro Dante Caputo, Domingo Cavallo, Guido Di Tella, Rafael Bielsa, Héctor Timmerman e Susana Malcorra, avevano oltre a quello argentino, anche il passaporto italiano. E lo stesso vale per i tre principali candidati alla presidenza nel 2015 e per centinaia di ministri e parlamentari e sindaci argentini.

La nuova proposta di legge del MAIE viene bollata da alcuni come semplice demagogia, ma al di la delle speculazioni politiche o elettoralistiche, bisogna domandarsi sul senso della crescita esponenziale di cittadini italiani fuori d’Italia, se non sono chiari gli obiettivi strategici da parte dello Stato italiano o da parte delle nostre comunità.

O riflettere sul senso di migliaia (o milioni) di doppi cittadini nei paesi di accoglienza.

Nessuno può negare che le comunità italiane all’estero sono una risorsa di inestimabile valore che l’Italia fino ad oggi non ha saputo mettere a frutto. La cittadinanza ai discendenti, come anche la struttura di rappresentanza, sono stati pensati in definitiva come strumenti per mettere quella risorsa in condizioni di produrre. Ma gli

strumenti non servono se non si ha la capacità o la volontà di utilizzarli.

E non è il caso di sprecarli strumentalizzandoli con proposte che, minimamente, sono poco ragionevoli.

 

MARCO BASTI

marcobasti@tribunaitaliana.com.ar

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