L'Argentina di origine italiana

25-04-2018 | Editorial

Appello per salvare un italiano all’estero condannato a morte

L’interessato è diventato cittadino italiano da pochi giorni, anche grazie alla sensibilità delle autorità italiane che gliel’ hanno concesso per ragioni umanitarie. E pur se da pochi giorni è cittadino italiano, non è che ha una lunga vita alle spalle, perché ha solo 23 mesi. Si tratta di Alfie Evans, nato cittadino di Sua Maestà. La cittadinanza italiana gli è stata concessa per dargli la possibilità di avere una vita, anche se di pochi mesi o anni, come chiedono i genitori.
La vicenda è nota. Il piccolo Alfie è nato con una rara malattia che - secondo i medici - lo porterà alla morte in poco tempo e comunque non gli consentirà di fare una vita normale.
Ricoverato nell’Alder Hey Hospital di Liverpool, per poter sopravvivere Alfie ha bisogno del respiratore meccanico, dell’alimentazione e dell’idratazione,  procurate dagli infermieri.
Un caso doloroso che ci porta a porci tante domande sulla vita e sulla morte. Un caso però che mostra i genitori di Alfie intenzionati ad assicurare la migliore vita possibile al figlio e a non scartare la possibilità di trattamenti diversi da quelli che ha ricevuto fino ad oggi. 
Nel mezzo però ci si sono messi i medici che sostengono che non c’è più niente da fare e un giudice britannico Anthony Hayden. Il magistrato, dando ragione ai medici, ha ordinato di staccare il ventilatore e di sospenderne alimentazione e idratazione. 
Tre sentenze di tribunali inglesi e una della Corte europea per i diritti dell’uomo hanno autorizzato il distacco dai supporti vitali, ventilazione, nutrizione e idratazione assistita, contro il volere dei genitori. Il giudice inglese il quale, tra l’altro, aveva autorizzato a usare Fentalyn narcotico che avrebbe potuto uccidere il piccolo Alfie. A tale autorizzazione si era opposto Thomas Evans, padre del piccolo malato ricordando che l’eutanasia ancora è illegale in Gran Bretagna. 
La decisione del governo italiano di dare la cittadinanza ad Alfie, è stata presa anche per facilitare il suo trasferimento nell’Ospadale Bambin Gesú di Roma, ammirevole centro pediatrico che appartiene al Vaticano. Non è mancato il sostegno di Papa Francesco ai genitori di Alfie (ricevuti a suo tempo a Roma)  e che nel suo intervento ha scritto: “Rinnovo il mio appello perché venga ascoltata la sofferenza dei suoi genitori e venga esaudito il loro desiderio di tentare nuove possibilità di trattamento”. 
Alla fine l’ordine del giudice è stata eseguita (comminando i genitori a non opporsi) e ad Alfie gli hanno tolto il respiratore e l’alimentazione. Senonché Alfie non è morto e alla chiusura di questo giornale era ancora in vita, oltre dodici ore dopo che la sentenza era stata eseguita. 
L’ultimo capitolo di questa drammatica vicenda, ci parla dell’udienza convocata dal giudice per eventualmente autorizzare i genitori di Alfie a portarselo a casa, ma non a portarlo in Italia.
Ma perché il giudice e l’ospedale britannico hanno deciso che il piccolo Alfie deve morire?
Secondo il loro punto di vista, contrario alla volontà dei suoi genitori, togliergli i supporti vitali e accelerarne la morte “è nel suo migliore interesse”. 
Come si spiega un fanatismo così miope che vuole uccidere un piccolo malato perché ritengono che quello sia “il suo miglior interesse”. 
Il cardinale Elio Sgreccia, teologo e presidente emerito della Pontificia Accademia per la Vita, risponde con una dichiarazione rilasciata alle agenzie a proposito del caso Alfie Evans.
“Due cose risaltano all’evidenza: che c’è una precisa volontà giuridica che prescinde da qualsiasi appello, anche il più alto, anche quello del Papa, nonché dalla stessa volontà dei genitori, che si impone anche prescindendo dalle ragioni scientifiche; e che c’è una visione basata su un principio economicistico della vita che rifiuta l’assistenza a chi si può trovare in punto di morte, visto che può rivelarsi costosa”.
“Ci troviamo di fronte a un curioso caso di “statalismo” che, mentre viene riconosciuto quando agita le bandiere che si possono ricondurre all’ideologia economica marxista, viene invece disconosciuto quando si tratta di una entità statale che decide con il suo imperio di chiudere l’accesso all’alimentazione e alla cura del dolore e alle terapie palliative di un malato, in nome del risparmio economico”.
“Non si capisce perché si diventi così crudeli e così succubi di una dittatura del pensiero che travolge tutto, non solo la fede o la scienza ma persino la laica libertà dei genitori sulla vita del loro figlio. Dobbiamo educare a poter dire anche dei “no” a questo pensiero che appare dominante. Ma temo che abbiamo oltrepassato una frontiera che rischia di essere oramai senza ritorno”.
Quest’ultima frase del cardinale Sgreccia, ci fa tanto riflettere. Proprio oggi celebriamo un nuovo anniversario della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo. Regimi crudeli e genocidi del secolo scorso, al pari dei vari comunismi sovietico, titino, cinese, e via dicendo. Regimi che non hanno  avuto problemi a uccidere in nome della purezza della razza, come ha fatto quello nazista.
La battaglia fatta in nome della libertà e della dignità dell’uomo contro quei regimi, finì con la vittoria delle armi il 25 aprile 1945. Ma quella per la libertà e la dignità dell’uomo, è una guerra senza fine, perché, come ha ricordato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella nel suo discorso ai rappresentanti delle associazioni Combattentistiche e d’Arma, nel ricordare la storica data, “...questi eventi, comportamenti, passioni, generose dedizioni vanno ricordati costantemente, con convinzione, anche perché, in tanti Paesi, le società di oggi, pur passate attraverso i drammi umani, le sofferenze e le macerie del ventesimo secolo, sembrano, talvolta, aver attenuato gli anticorpi all'egoismo, all'indifferenza e alla violenza, avvertiti intensamente dalle generazioni che hanno vissuto il secolo delle due guerre mondiali e le crudeltà delle dittature.”
Oggi le dittature del pensiero unico non portano più le divise nere o marroni, ma vogliono imporre la loro mentalità ed ergersi padroni della vita e della morte degli altri, come facevano i  regimi sconfiti oltre settant’anni fa. 
 

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